Franco Cerri

 

I RITRATTI MILANESI DI MASSIMO EMANUELLI

FRANCO CERRI IL JAZZ ITALO-MILANESE, L’UOMO DEL CAROSELLO, MA, SOPRATTUTTO, GRANDE JAZZISTA E GRANDE MILANESE.

franco cerri

Franco Cerri nasce a Milano il 29 gennaio 1926, in una casa di ringhiera in via Lario, fra la Stazione Centrale e viale Zara, zona di fabbriche, ferrovieri e operai. Una casa popolare, cucina e camera con gabinetto, che è una bella conquista: “in quelle di prima – ricorda Cerri – il gabinetto era in comune con altre quattro famiglie, in fondo al ballatoio”. I genitori di Franco e la sorella più piccola dormono nella stanza da letto. I nonni, dietro una tenda a fiori in cucina. Franco e il fratello maggiore dormono in una stanza senza finestra. Il padre è invalido: ha perso un occhio, parte del braccio sinistro e tre dita della mano destra nella prima guerra mondiale, ha schegge ancora conficcate nel corpo gli provocano dolori e disturbi che rendono la sua salute precaria. Il padre lavora all’Alleanza Assicurazioni, “a casa mia si parlava solo il dialetto milanese, la domenica pomeriggio si andava alla Cooperativa Circolo Lario per svagarci, qui gli operai e gli artigiani del quartiere giocavano a carte, mentre le donne ascoltavano musica suonata al pianoforte da un vicino di casa che era sempre in camicia nera, qualche volta c’era anche un cantante”. Franco Cerri, inizia giovanissimo a lavorare come muratore insieme a uno zio. Costruiva cancellate di cemento in sostituzione di quelle di ferro che erano state fuse per fare i cannoni. Impastava e piantava paletti intorno alle scuole, ai parchi, ai giardini delle case delle ville. Aveva sempre le mani sporche di calce e le scarpe infangate, osava guardare le ragazze soltanto da lontano. Maledicendo la timidezza che lo faceva balbettare e desiderandole tutte. Quando andava con la sua famiglia al Circolo Cooperativa Lario, Franco guardava le ragazze ma non aveva il coraggio di avvicinarsi, né di parlare con loro. Il pianista aveva capelli impomatati e unghie pulite. Le ragazze erano tutte pazze di lui. Franco aveva deciso di suonare la chitarra per rendersi interessante le ragazze, si sarebbe servito dalla chitarra per conquistarle: “la chitarra – pensavo – è uno strumento molto intimo, con la chitarra puoi muoverti, puoi avvicinarti alle ragazze, puoi sentire i loro capelli, il loro calore sul collo”. Franco non aveva confessato a suo padre che voleva acquistare una chitarra per conquistarsi le ragazze, non ne aveva il coraggio. Più semplicemente, con la voce trasognata e calda aveva detto una sera: “voglio suonare la chitarra. La signora Cerri era uscita subito con uno dei suoi commenti pratici e amari: “alla tua età, le passioni nascono e si spengono come fiammiferi. Da qui a un mese ci troviamo la chitarra che balla da sola in cucina”. Chiuso il discorso, nel più assoluto silenzio. Un’altra sera, molte, moltissime sere dopo, il signor Cerri era tornato a casa con un chitarrone a cinque corde, costato ben 78 lire, in quel momento Franco aveva saputo che non avrebbe mai dimenticato suo padre che lo fissava reggendo la chitarra male incartata, penzolante fra il moncherino del braccio sinistro e le dita superstiti della mano destra. L’aveva trascinata, a piedi, dal negozio Bonizzoni in via Stelvio. Franco impara a suonare la chitarra da autodidatta su un metodo con i numeretti, lavorando nel contempo come ascensorista presso la Montecatini, dove guadagnava 11 lire al giorno. “L’ingegner Donegani – ricorda Cerri – era una brava persona, chissà per quanto tempo io avrei continuato a fare il muratore, se la mia domanda alla Montecatini non fosse stata accettata. Avevo 16 anni, e per me era stato un grandissimo onore fare il fattorino nel palazzo di via della Moscova. Ricordo che eseguivo il mio lavoro con solerzia timida e muta. Dopo tre mesi mi chiamò il capo del personale mi mandò a chiamare. Fui preso da una grande paura, nella mia famiglia erano tutti così: bastava che qualcuno cercasse di loro, perché si sentissero attanagliare dallo spavento di dover rispondere di una loro oscura, misteriosissima colpa. Invece il capo del personale mi disse: “da domani diventi l’ascensorista privato del signor presidente”. Ricevetti una divisa speciale, con le insegne della Montecatini ricamate col filo dorato sul taschino della giacca, cravatta blu, scarpe tirate a specchio. I colleghi, tutti anziani, alcuni quasi cadenti, mi aiutarono a far bella figura: “el riva, el riva” sussurrava quello che vedeva per primo la macchina di Donegani arrestarsi davanti all’ingresso del palazzo. Con un balzo delle mie lunghe gambe fui davanti all’ascensore. Il presidente arrivava a piccoli rapidissimi passi e un fuggevole cenno del capo era il saluto rivolto alla schiera dei fattorini allineati nell’atrio. Entrava nella cabina in silenzio, mai nessuno lo aveva sentito parlare. Io gli stavo di fronte, irrigidito. Mi ero esercitato a lungo per premere il pulsante senza girare le spalle al presidente, e con un gesto del braccio destro piegato dietro la schiena, dopo un cieco annaspare alla ricerca del tasto, puntualmente l’ascensore partiva. Tranne una volta che invano, e disperatamente, Franco aveva cercato il pulsante, il braccio contorto fino a slogarsi la spalla, le dita vagolanti sulla parete: mai così liscia, mai così impenetrabile. Al colmo della confusione, l’ascensorista aveva dimenticato che non doveva guardare in faccia il presidente. Anche il presidente aveva dimenticato di essere quello che era. Si erano fissati per un attimo, guardandosi per la prima volta negli occhi. Poi, con un rapido, quasi distratto sorriso, l’ingegner Donegani aveva allungato un dito. E l’ascensore era partito.
All’inizio della seconda guerra mondiale papà Cerri compra una radio, la prima radio della famiglia Cerri, “l’aveva comprata per ascoltare le notizie politiche. E con la radio, nelle due stanze della casa in via Lario era arrivata la musica. Io mi mettevo seduto su una sedia, in cucina, e ascoltavo. La musica mi entrava nelle vene e il mio sangue prendeva a correre, impetuosamente, bastavano tre note, perché il mio cuore prendesse una frustata e si mettesse ad andar dietro alla musica”. Con lo scoppio della guerra però alla Cooperativa Lario non fu più permesso di ballare, per rispetto ai combattenti il ballo fu proibito.
Durante la seconda guerra mondiale, fra un bombardamento e l’altro, suona nelle fabbriche, negli accampamenti, nei campi e nelle basi militari. Franco è lungo e stretto, con il volto a forma di dattero, un grande ciuffo di capelli bruni e dritti su un paio di occhi svagati, dolci, con un fondo di meraviglia costante. Come se andassero dietro le chimere. Lentamente, però, senza fretta. Franco suona la chitarra a Radiotevere, un’emittente che vuol far credere di andare in onda da Roma, invece parte da una scuola elementare vicino al campo sportivo Forza e Coraggio, in fondo a via Ripamonti. Inizia alle 20,30 sulle note solenni dell’Inno a Roma di Puccini, seguito dallo stentoreo annuncio: “qui Radiotevere, voce di Roma libera”. L’ascolto è altissimo, piace a Mussolini ma è seguita anche dagli antifascisti. Ha un programma abile e spiazzante che infila propaganda fascista, letta da Carlo Bacarelli Guido Oddo e Mario Ferretti con voce spedita e accento romano, fra battute contro i tedeschi scritte da Marcello Marchesi, una corrispondenza di guerra in diretta dal fronte dell’americano Joe Parker, i fatti della capitale commentati dal conte Gino Bo della Rocca. E come stacco musicale, il tabù dei tabù: la musica jazz. Per trasmettere il jazz in diretta, l’ideatore di Radiotevere, Paolo Fabbri, ha assunto il complesso Smeraldo: Franco Cerri alla chitarra, Giampiero Boneschi al pianoforte, Glauco Masetti al sassofono, Claudio Tabarelli alla batteria. Lo studio è allestito in un’aula divisa da una tramezza di compensato: da una parte, sono diffusi i notiziari e la propaganda fascista: da quell’altra la musica jazz. Immobile al buio, l’orchestra inizia a suonare quando si accende una luce rossa sulla parete di fronte. E si arresta, di colpo, quando la luce si spegne: “ogni tanto, a Radiotevere si faceva vedere Romano Mussolini. Il figlio del Duce è un diciottenne silenzioso e pallido, somigliante al padre nella pesantezza del mento, tuttavia diverso da lui nello sguardo: timido, schivo, a volte anche sperduto. Seduto in un angolo ci ascoltava al buio, senza muoversi, e soltanto alla fine avvisava i musicisti, faceva domande, si informava. Radioetevere chiudeva il programma a mezzanotte, l’ultima canzone trasmessa era Tornerai, era stata scelta da Alessandro Pavolini quando era ministro della Cultura popolare, con l’intento di infondere speranza all’Italia che aspetta”. In realtà l’Italia aspettava la fine della guerra e il ritorno dei suoi figli dal fronte, si aspettava la fine del nazifascismo e il ritorno della libertà. Il complesso Smeraldo tornava a casa su una camionetta fascista con due militi in camicia nera dritti in piedi sui predellini esterni, il braccio sinistro agganciato alla portiera, la mano destra sul grilletto del mitra. Un giro al buio, attraverso una Milano desolata, irta di insidie e di trappole: posti di blocchi tedeschi e fascisti, cecchini partigiani, sparatorie, inseguimenti, cadaveri abbandonati per strada con un cartello al collo e la scritta: “partigiano e bandito”. Cerri ricorda l’alba del 23 aprile 1945 e lo sciopero dei tramvieri milanesi, Il 24 aprile 1945 a mezzanotte Cerri e Giampiero Boneschi come tutte le sere vanno a suonare a Radiotevere, mentre sono sul tram, verso via Ripamonti, sono aggrediti da un gruppo di ausiliarie. “Perché non siete a combattere? Dove andate, vigliacchi, con quella chitarra?” Per evitare una rissa scendono compiendo a piedi l’ultimo tratto di strada, il complesso Smeraldo ha suonato fino alle 20,30. Sull’ultima nota di Tornerai, Paolo Fabbri è entrato nello studio e senza aggiungere una parola ha annunciato: “Radiotevere è stata sospesa”. Questa notte, la traversata dei musicisti a bordo della camionetta fascista è stata rapidissima: erano stranamente spariti i posti di blocco tedeschi e fascisti. Ogni tanto, li superava un camion pieno di materassi e valigie; e in piedi, sul traballante cassone, un militare della Wermacht che sparava nervosamente per aria.
La signora Boneschi aspetta il ritorno di Giampiero leggendo sul Corriere della Sera le notizie riguardanti Milano. Dopo odissee inenarrabili, stanno tornando i lavoratori mandati a lavorare in Germania, internati dopo l’armistizio nei campi di concentramento tedeschi, e finalmente liberati. Sottoposti a una visita sanitaria per verificare il loro stato di salute, dopo essere passati all’ufficio di collocamento per avere un lavoro, devono presentarsi agli uffici della Croce Rossa all’angolo fra Via Rovani e via Vincenzo Monti, dove le donne riceveranno un pezzetto di stoffa per cucirsi un vestito, mentre agli uomini sarà consegnato un abito completo già confezionato, una camicia, un paio di mutande, di calzini e di scarpe, e per tutti una quantità di cibo stabilita in rapporto alle loro condizioni fisiche. La Croce Rossa chiede un “gesto di generosità”; molti non sono milanesi, non conoscono nessuno, sono liberi, ma non sanno dove andare. Rosa Cerri aspetta suo figlio che ogni notte, prima di andare a dormire, beve caffelatte e mangia una fetta di torta. Da quando suonava a Radiotevere, Franco aveva diritto a un blocchetto di tagliandi per mangiare al “ristoro” tedesco di via Meravigli, c’era di tutto, ma lui divorava solo montagne di dolci, e ogni volta si metteva in tasca una pasta: “questa è l’ultima pasta tedesca” dice Franco, posando sul tavolo una porzione di strudel raffermo: “l’ultima” ripete con un sospiro, eppure, sorride, un sorriso largo, quasi trasognato: “mamma – le dice – mamma, Radiotevere ha chiuso perché domani Milano insorge”. La signora Cerri sbianca, con la mano che trema si fa il segno della croce: “allora – balbetta – allora, vuol dire che finisce la guerra”. Franco Cerri chiama Giampiero Boneschi: “dobbiamo andare a Radiotevere, dobbiamo vedere che cosa succede. Vanno via tutti e non ci hanno neanche pagato”. Arriva sulla sua vecchia e sgangherata bicicletta, è quasi un anno che l’ha smontata e la tiene nascosta in cantina: ogni tanto i tedeschi fermavano i ciclisti per strada, li obbligavano a saltar giù dalla sella puntandogli addosso la canna del mitra, entravano anche nelle case, rovistando scantinati e soffitte. “Ce le portavano via perché sapevano che un giorno o l’altro gli sarebbero servite per scappare” dice Giampiero. Giampiero impreca: “in bicicletta ci scappano i disgraziati, i soldatini, al massimo qualche sergente, i capi vanno via con le Mercedes, hanno anche l’autista e borse piene di soldi”. Bicicletta e chitarra sono tutto quello che Franco Cerri possiede. Una bicicletta di seconda mano, già malandata.
Il 25 aprile 1945 le strade di Milano sono intasate, fiumane esultanti che si trasformano in barriere improvvise, ingorghi travolgenti e feroci, avide di emozioni forti, sempre più forti. Franco Cerri e il cantante Bruno Pallesi camminano insieme verso viale Zara. Pallesi tiene la bicicletta per mano, viale Zara è un vialone lungo, sguarnito, quasi del tutto spogliato degli alberi che un tempo davano ombra ai marciapiedi degli alti casamenti popolari, alle rotaie del tram diretto a Niguarda, al trenino “gamba de legn” diretto a Monza, ai grandi empori che rifornivano gli artigiani locali, i fabbri, i falegnami, i sarti, i meccanici.
Franco suona nelle osterie, in un cortile di Porta Genova c’è un’osteria con il gioco delle bocce, un pergolato di uva fragolina e una balera. Su un tribunetta improvvisata mettendo assieme tre tavoli, Franco suona mazurche e valzer insieme a un’orchestrina di quattro elementi, musica allegra, la gente vuole divertirsi, le coppie volteggiano, ancora incredule, il passo impacciato e i movimenti lenti, guardandosi trasognate negli occhi. L’oste distribuisce vino rosso, gasssosa, spuma, qualcuno ordine il caffè. Al posto del caffè di cicoria inizia a riapparire il caffè vero, forte, corposo, e ben zuccherato. L’oste si avvicina ai musicisti e gongolando sussurra: “Più tardi viene Kramer” Franco non ci crede, non gli pare possibile. Gorni Kramer è un mago, il mago della musica e della fisarmonica. La sua orchestra, grandiosa, perfetta, ha suonato nei più famosi teatri d’Italia. Franco aveva messo da parte anche i centesimi per andare ad ascoltarlo al Teatro Olimpia e nel cortile della Rocchetta in piazza Castello. Alto, bruno, i baffetti alla d’Artagnant, sulla dentatura smagliante. Sempre gentile, sempre sorridente, ma irraggiungibile, come le stelle. Kramer arriva nella balera di Porta Genova, giacca immacolata, papillon nero, il passo disinvolto e agile, la mitica fisarmonica fra le braccia. Pare uscito da una rivista, pare un attore del cinema. Invece è un padano di Rivarolo Mantovano, con una “erre” di ruggine forte con un barrito e una storia di impegno e fatica. Travolto dagli applausi, Kramer si avvicina ai musicisti, li guarda, e con un mezzo sorriso sotto i baffetti neri domanda: “c’è qualcuno che mi accompagna?” Nessuno risponde, nessuno ha il coraggio di accompagnare un idolo.
“Se vuole maestro…” balbetta Franco Cerri, timido. Kramer e Cerri suonano assieme, non balla più nessuno: tutti fermi, ascoltano e basta. Alla fine si scatena un uragano di applausi. Kramer depone la fisarmonica, firma autografi, stringe mani, riceve complimenti. Franco non osa pure fiatare, resta li, avvitato alla sua chitarra, il petto e il mento incollati alle corde. Kramer si avvicina: “sei in gamba” gli dice. Si allontana, ritorna sui suoi passi gli dice: “adesso che la guerra è finita andrò in tourneè nel sud dell’Italia con tutta l’orchestra, se ho bisogno ti chiamo, ma intanto studia”. E’ il 28 aprile 1945, ricorda Cerri: “andai subito a casa e comunicai ai miei genitori che avevo suonato con Kramer e che mi aveva promesso di portarmi con lui in giro per l’Italia per una serie di concerti. A casa mia si parlava del corpo di Mussolini che era stato portato in piazzale Loreto
Franco Cerri esordisce nell’orchestra di Gorni Kramer con Bruno Martelli, Franco Mojoli e Carlo Zeme, debutta nello spettacolo Vento del Nord in cui suona insieme a Bruno Martelli, Franco Mojoli, Carlo Zeme e Gorni Kramer (naturalmente alla fisarmonica), una delle prime canzoni che registra è La classe degli asini, per Natalino Otto: durante l’incisione il cantante genovese gli chiede a tradimento: “e tu, Franco Cerri, me lo sai dire dove sono i Pirenei?”; il giovane chitarrista improvvisa una risposta, imitando la voce del vecchietto del film western, e risponde: “I Pirenei si trovano, ma se si cercano, se non si cercano non si trovano!”. Kramer decide di lasciare la battuta (con le risate degli altri musicisti) nel disco, ed è rimasta anche in tutte le ristampe successive, fino a quelle su cd. Sempre nel dopoguerra frequenta il Quartetto Cetra per cui compone Mister Jackson, Flavio Ambrosetti con il quale fa nascere un lungo sodalizio artistico, e Bruno Martino, che incide due suoi brani, Se mi vuoi e Stazione Termini. Passato dall’orchestra di Kramer a quella di Bruno Martino all’inizio degli anni ’50, quindi incide con Lucia Mannucci una compilation dei successi della cantante. Jazzisticamente Cerri si forma con il be-bop, la cui frenesia angosciosa è stata temperata nel tempo dalla ricerca di armonie morbide e suadenti. Ne deriva un fraseggiare costruito sui contrasti, sulla successione di segmenti melodici anche eterogenei, e frutto di un’ispirazione feconda, basata sul feeling del momento, mai precostituita o infarcita di clichè. Un senso del colore che si applica anche al parametro armonico, da lui padroneggiato con naturalezza, elaborato con accostamenti inusuali, ma sempre compatibili con la tonalità del pezzo che sta suonando, dove si evidenzia il suo gusto melodico nella rara capacità di “far cantare” le progressioni di accordi. Sia negli assolo, sia nel lavoro di accompagnamento, svolto con gusto sopraffino, emerge quella che forse è la sua qualità più preziosa: una formidabile natura ritmica, spontaneamente portata verso lo swing più esplicito e coinvolgente, che si estende anche alla pronuncia delle frasi, al loro respiro interno, al modo stesso in cui vengono attaccate le note. Jazzisticamente Cerri è influenzata da Jimmy Raney, Barney Kessel (forse all’origine del sound secco, tagliente degli anni ’50) Wess Montgomery, e Jim Hall, forse all’origine della scoperta di sonorità più morbide e pastose. Dopo avere dato vita ad un trio con Brunetto e Paltrinieri, e dopo essersi unito a Renato Carosone, matura definitivamente in lui la vocazione per la musica jazz. Da allora ha suonato con alcune delle più grandi figure del jazz mondiale, come Gerry Mulligan, Billie Hollyday, Lee Konitz, Chet Baker, Jean Luc Ponty, Stephane Grappelli, Dizzy Gillespie. Nel 1949 con la Django Reinhardt, Stevhan e Grappelli, fonda un quintetto con cui si esibisce all’Astoria di Milano e poi in tutta Europa, inizia ad incidere i primi dischi e ad esibirsi in tutta Europa, continuando a suonare con molti dei più grandi nomi del jazz mondiale, come Wes Montgomery, Stephane Grappelli, Chet Baker, Gerry Mulligan, Billie Holiday, Lee Konitz, Dizzy Gillespie, per citarne alcuni. Nel 1952 esce il 78 giri Franco Cerri Quintet, nel 1954 Cerri è chiamato da Renato Rascel nello spettacolo Tobia candida spia, dove si esibisce come chitarrista, attore e ballerino. Nel 1955 è in Svezia e in Norvegia, si esibisce quindi nell’Ensamble guidato da Peter Van Wood, forma quindi un proprio franco cerri fotogruppo nel quale debutta Nicola Arigliano, per il quale scrive La riconoscerei fra mille e Passavo di qui. La Rai lo chiama lo chiama come conduttore di alcuni programmi divulgativi sul jazz per la neonata televisione: Dj jazz in jazz, Jazz primo amore, Jazz in Italia e Il jazz in Europa e Cerri si mette in luce come showman oltre che come musicista, al punto da essere chiamato spesso come ospite a programmi popolari come Il Musichiere condotto da Mario Riva e a Buone Vacanze. Tra il 1957 e il 1958 Cerri si esibisce alla Taverna Messicana di Milano, alternando la chitarra al contrabbasso. Fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 escono gli album: Jazzin’ with Cerri (1958), Franco Cerri and his European Jazz Stars (1959), Franco Cerri Quartet (1960), Franco Cerri Quartet and Choristers (1960). Nel 1959 Cerri ha anche un’esperienza come contrabbassista suonando nel quartetto del clarinettista Aurelio Ciarallo (con Sal Martirano al pianoforte e Gil Cuppini alla batteria), il gruppo Franco Cerri Quartet è composto, oltre che da Cerri, da Tulllio De Piscopo, Angelo Arienti, Franco Bombino e Giorgio Azzolini.
Nel 1960 Cerri si esibisce all’Intra’s Derby Club con Enrico Intra e Bruno Lauzi, dove alla musica erano sempre abbinate le risate del cabaret. Nel 1961 entra a far parte della Europe Jazz Star Orchestra, si esibisce in Francia, Olanda, Germania, Belgio, Malta, e Montecarlo. Nell’ottobre 1966 è al Lincon Center di New York e realizza alcuni concerti della Philarmonic Hall; gli viene offerto di restare, ma preferisce tornare in Italia per impegni famigliari. Da allora si esibisce con innumerevoli formazioni ed artisti fra i quali ricordiamo Walter Martino, Glauco Masetti, Sante Palumbo, Renato Sellani, Enrico Intra, e mille altri. Ritorna con l’orchestra di Gorni Kramer ed accompagna i maggiori interpreti della musica leggera dell’epoca: da Jonny Dorelli a Nilla Pizzi, da Flo Sandon’s a Gino Latilla, a Joe Sentieri. Gli anni ’60 vedono Cerri apparire spesso in tv, sia in programmi dedicati alla musica leggera (come Il Musichiere, Buone Vacanze, Il Festival de Il Musichiere), che in programmi espressamente dedicati al jazz: è protagonista di oltre 750 serate, fra cui Fine serata con Franco Cerri, Il jazz in Europa, Jazz Graffiti, Il jazz in Italia, Il jazz in jazz, Jazz primo amore, questi ultimi da lui stesso condotti. Gli album del decennio, usciti in 33 giri, sono: Franco Cerri presents international jazz meeting (1961), Franco Cerri bossa nova (1963), Franco Cerri chitarra (1964), Franco Cerri dodici bacchette per una chitarra (1966), Franco Cerri. La sera a casa con te (1968). Nell’ottobre 1966 debutta negli Stati Uniti esibendosi al Lincon Center di New York, ed ottenendo notevoli affermazioni anche presso i jazzisti americani.
franco cerri l'uomo in ammolloFra la fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 Franco Cerri diventa popolarissimo al grande pubblico comparendo a Carosello come “uomo in ammollo, pubblicità al detersivo “Bio Presto”, la sua immagine, garbata e dotata di grande carica comunicativa, fa la fortuna delle scenette, nelle quali Cerri, impeccabile in camicia e cravatta, si presenta immancabilmente immerso nell’acqua fino al collo, per convincere la moglie che “Nooo! Non esiste sporco impossibile” come puntualmente recitava il codino pubblicitario. Franco Cerri ha inoltre realizzato la musica del Carosello Alemagna Le delizie del matrimonio con Lia Zoppelli, Enrico Viarisio e Mimmo Craig, Leo Gavero, per il Carosello della Barilla Il ballista cliente (con Dario Fo ed Elio Crovetto), Nel 1970 presenta anche Jazz in casa Cerri, programma nel quale ospitava grossi esponenti della musica jazz, una passerella di personaggi famosi sfila durante le sei puntate condotte da Cerri. I telespettatori hanno così avuto la possibilità di vedere ed ascoltare jazzisti come Barney Kessel, Stephan Crapelly, il quartetto di Phil Wood. Nel programma vi erano anche intermezzi leggeri con personaggi come Isabella Biagini, Cochi e Renato e Caterina Caselli. Il “padrone di casa” Franco Cerri si esibiva anche alla chitarra.
Intensa è la sua attività concertistica, Cerri prende parte anche a molti festival internazionali del jazz. E’ alla testa di quartetti e quintetti nei quali figurano futuri nuovi talenti della scena italiana fra i quali Gianluigi Troversi e Tullio De Piscopo, negli anni ’70 inizia a sviluppare un lavoro di arrangiamento, riflettendo sulla partitura, le peculiarità del suo stile. Risale agli anni ’70 anche la serie Maloppia nella quale collabora con Nando De Luca, Tony Scott, e Gorni Kramer. Nel 1973 rinuncia al vecchio quartetto e per dare nuova linfa alla sua musica forma un nuovo complesso costituito da Nando De Luca al pianoforte, Pino Presti al basso elettrico, Giorgio Baiocco al sax e flauto, tenendo della vecchia formazione solo il batterista Tullio De Piscopo, con questi musicisti si esibisce in molte città italiane ed è al fianco del violinista jazz Stephan Grappelli per una serie di concerti al Jazz Power di Milano. Gli album degli anni ’70 sono: Franco Cerri Quartet (1970), Metti una sera Cerri (1972), From Chatetus to Cicero (1974), Limen (1975), Querce Platani e Cerri (1975), Nuages (1975), Franco Tony e Pompeo (1976), Franco Cerri – Il suo modo di dire (1977), Duero (1978), Demoiselle (1979). In questo periodo Cerri collabora inoltre con Mina e Roberto Vecchioni (album Parabola del 1971, Saldi di fine stagione 1972, L’uomo che si gioca il cielo a dadi 1973). Dal 1977 al 1979 è ospite fisso, insieme a Nicola Arigliano, della trasmissione televisiva di cabaret Non stop. La sua simpatia innata ha fatto si che molti spettatori vedendolo in tv si siano avvicinati al jazz e allo studio della chitarra. Negli anni ’80 Cerri cura con Mario Gangi un Corso di Chitarra per il gruppo editoriale Fabbri, l’opera, sessanta fascicoli, è oggi arrivata alla quinta edizione. Sempre negli anni ’80 inaugura il sodalizio con una dei principali artefici del jazz italiano, il pianista e compositore Enrico Intra. Nel 1986 da vita all’Associazione Musica Oggi, con l’intento di favorire le attività jazz in Italia attraverso seminari, concerti, corsi e incontri con musicisti provenienti da diverse culture musicali. Gli album degli anni ’80 sono: Omaggio a Bill Evans (1981), Effetto Alfa (1982), Franco Cerri Today (1984), From Milan to Frankfurt (1985). Negli anni ’90 Cerri si propone anche come organizzatore, intensificando l’attività didattica in seno all’Associazione Culturale Musica Oggi (di cui è fondatore con Enrico Intra), Cerri dirige i Civici Corsi di Jazz del Comune di Milano, scuola alla quale il Comune ha dato una Civica Big Band, recentemente all’associazione è stata conferito l’Ambrogino d’Oro. Anche il Cerri insegnante è un grandissimo professionista, poiché, all’indiscussa preparazione musicale unisce anche un infallibile metodologia didattica: “personalmente io ricerco ogni volta un rapporto umano valido con i musicisti con cui entro in relazione, sia come musicista che come insegnante, perché trovo molto complicato suonare con qualcuno che non c’è simpatico o a cui noi non stiamo simpatici. Credo che da un cattivo rapporto non venga fuori mai della buona musica. Il musicista che si produce davanti a un pubblico – e penso anche all’insegnante – dal momento che l’allievo costituisce un pubblico a cui si deve rendere conto attraverso delle capacità – si trova spesso vittima di difficoltà come la timidezza nelle relazioni con gli altri. Occorre invece buttarsi…”
La discografia degli anni ’90, con Cerri convertito anch’egli ai cd, comprende: Jazz in Italy (1990), Franco Cerri di Jazz in Jazz (antologia di registrazioni dal 1958 al 1990, 1990), Cerri & Cerri (1993), Adjango Souvenir de Milan (1995), From Milan to Brussels (1997), Images (1998), Di jazz in Cerri… di Cerri in jazz (1999). Nel 1990 suona nell’album A briglia sciolta di Caterina Valente. La discografia di Cerri è costituita da album pressochè irreperibili e fuori commercio, comprende 78 giri, 33 giri, 45 giri e cd, più diverse collaborazioni. In Dodici bacchette per una chitarra Cerri collabora con i più grandi direttori d’orchestra italiani come Ennio Morricone, Claudio Simonetti, Lelio Luttazzi, Gorni Kramer. Imperdibile è l’antologia Di Jazz in Jazz che contiene brani significativi ordinati dagli anni ’50 ai nostri giorni, In punta di Cerri è l’ultimo lavoro discografico dell’artista. Organizzatore di molteplici rassegne concertistiche, Franco Cerri è uno dei più importanti esponenti del jazz in Italia, ha inciso dischi con i migliori jazzisti di tutto il mondo. L’entusiasmo è rimasto intatto negli anni, la voglia di inseguire nuovi progetti caratterizzano la sua personalità. Cerri non è soltanto il chitarrista italiano più popolare ed autorevole, ma anche uno degli stilisti più importanti del mondo jazzistico europeo, nel quale i grandi chitarristi non sono certo mancati.
Franco Cerri da oltre cinquant’anni è primo nella classifica del referendum nazionale per chitarristi jazz. Così si è recentemente espresso sulla crisi della musica italiana, segnatamente del jazz: “settori che una volta erano tutelati da contrattazioni e da accordi collettivi, fanno sempre più slittare tutte quelle garanzie di tutela nel nome della flessibilità e, soprattutto, della precarietà. Mondi come quello della musica, in cui mancano riferimenti rassicuranti come può essere a volte la scrivania che ritroviamo tutte le mattine in ufficio è da anni “in anticipo” sui tempi. Spesso, infatti, la professione del musicista è affidata alle sue capacità di proporsi e di mettersi in ballo su fronti diversi, alla sua abilità di sfruttare momenti di visibilità (in cui ogni livello è valido: dalla televisione al locale in cui si esegue musica dal vivo) e, non ultima cosa, un ruolo importante giocano le sue amicizie. La cifra caratteristica di questo mondo è la mancanza di una continuità che va rincorsa giorno per giorno. Il musicista che dedica la propria carriera ad un’unica attività, mettiamo a quella concertistica, è una minoranza rispetto alla gran massa di persone che si barcamenano fra attività di varia estrazione, sia in ambiti musicali, che in altri…. Un musicista non si può limitare solo alla musica, ma deve fare altro. Nella maggior parte dei casi il desiderio più forte sia quello di fare i propri concerti, ma questo è dato a pochi. Molti diventano dei session-man, alcuni entrano in un’orchestra o in un gruppo, altri riescono a dedicarsi anche all’insegnamento. Quest’ultima risorsa è oggi più facilmente percorribile dal momento che le scuole (anche private) hanno avuto uno sviluppo numerico e qualitativo che consente di occupare molti musicisti. Dal momento che non c’è molto lavoro in giro, si fa sempre più affidamento all’insegnamento per far quadrare il bilancio. Una maggiore flessibilità esiste già nel musicista jazz preparato. Penso a grossi personaggi come Bill Evans, che proveniva dal mondo classico, Keith Jarret e molti altri artisti poliedrici. Il musicista jazz essendo un improvvisatore ha maggiori possibilità, però deve essere molto preparato… E’ molto aleatorio indicare con precisione dei guadagni per un musicista jazz, se suona in gruppo solido e ben organizzato ciò gli può garantire un buon lavoro. Ma nel jazz grandi guadagni non esistono, soprattutto in Italia. Diverso è il discorso che riguarda gli americani, che prendono cachet molto alti. La ragione di questo sta unicamente nelle leggi del mercato, ossia nella convenienza che ne hanno coloro che ne detengono il controllo. Così, spesso, non si guarda alla qualità della musica, mentre fa da traino l’evento che porta molti quattrini… In Italia inoltre non ci sono molti club in cui si suona jazz e tanti stanno chiudendo. In Germania invece ce ne sono 270. Un bravo musicista può lavorare così 270 sere all’anno, venendo pagato dignitosamente. Se poi, in aggiunta, farà un gala, una trasmissione, un cd, arrotonderà la cifra molto facilmente. Per non parlare del grosso vantaggio di avere in mano lo strumento davanti a un pubblico per tante sere di seguito: cosa fondamentale per qualsiasi musicista. Solo per fare un esempio, la cura del suono e l’ambiente circostante sono cose che si riescono a sviluppare solo con la consuetudine dei concerti… Ci sono però molti jazzisti che svolgono anche altre attività, ma questo vale per tutti i campi: il laureato in ingegneria è costretto a fare il vigile. Anche il musicista che non riesce ad entrare in un’orchestra si deve inventare qualcosa d’altro. Come dappertutto ci vogliono le conoscenze, le amicizie…”
Nel 2000 esce In punta di cerri, nel 2001 collabora al disco Go man di Nicola Arigliano, nel 2003 esce la riedizione di From Cathetus to Cicero, sempre nel 2003 in occasione del cinquantenario del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano Franco Cerri si è esibito con Enrico Intra, Lucio Terzano e Tony Aroc, nel concerto Conversazioni Musicali ed ha proposto al pubblico, nella prestigiosa Sala delle Colonna, un repertorio di sua composizione, nonché musiche di Duke Ellington, George Gershwin, Cole Porter, Richard Rodgers, Miles Davis. L’evento, sponsorizzato dalla Tdk e dalla Aeron, è stato inserito nel calendario di iniziative de La Primavera della Scienza, progetto nazionale promosso e coordinato dal Museo Leonardo da Vinci in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia. Nel 2004 esce la riedizioni di Ieri e oggi. Nel 2005 Franco Cerri accompagna Nicola Arigliano con Antonello Vannucchi tastierista Marc 4 al Festival di Sanremo. Il 18 novembre 2005 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferisce a Franco Cerri il titolo di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana. Molto apprezzato a livello internazionale, ha lavorato al fianco di artisti del calibro di Django Reinhardt, Gorni Kramer, Chet Baker, Gerry Mulligan, Billie Holiday, Stéphane Grappelli, Lee Konitz, Dizzy Gillespie, Tullio De Piscopo, Pino Presti, Jean Luc Ponty. Nel 2006 esce Just smile, nel 2011 ha pubblicato Bossa with strings. Il 10 marzo 2012 Franco Cerri è ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa, il 5 aprile 2012 Cerri si esibisce al Palazzo Reale di Milano con Enrico Intra in Upcoming Concert visita musicale a Dario Fo, all’evento partecipano anche Enzo Jannacci ed Adriano Celentano.  Il 15 febbraio 2013 si esibisce come guest star al Festival di Sanremo, affiancando Simona Molinari nell’esecuzione di Tua, brano del 1959 cantato da Jula De Palma. Nel 2014 esegue su Rai2 con Mietta ed Elio e le storie tese una versione swing del brano Vattene amore.

Franco Cerri è uno dei tre chitarristi italiani con una voce inserita nell’Enciclopedia Treccani (gli altri sono Carlo Pes e Lanfranco Malaguti).

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