Beppe Viola

BEPPE VIOLA, UNA VITA DI TRAVERSO

Articolo di Massimo Emanuelli pubblicato su L’OPINIONE DELLE LIBERTA’ IL 22/9/2002 IN OCCASIONE DEI 20 ANNI DALLA MORTE DI BEPPE VIOLA.

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Beppe Viola nacque a Milano il 28 ottobre 1939, sposato, con quattro figlie, aveva iniziato a scrivere di sport negli anni ’50 collaborando all’agenzia Sport Informazione, nel 1961 passò alla Rai.  Per la televisione lavorò come redattore e quindi come inviato speciale e telecronista (occupandosi soprattutto di calcio, automobilismo, ippica e pugilato), contribuendo al successo di trasmissioni come La domenica sportiva. La sua vita professionale era una corsa fra lo stadio di San Siro e la sede Rai milanese di corso Sempione.  Sempre per la Rai realizzò nel 1980 un lungo documentario sulla Mille Miglia.

Memorabili le sue telecronache dallo stadio di San Siro, sul finire degli anni ’70 giocò nel Milan un centravanti dal nome di Egidio Calloni, celebre per la genialità con cui sapeva sbagliare anche i goal più facili. Beppe Viola dedicò a Calloni battute fulminanti, iniziando dal soprannome manzoniano “lo scellerato Egidio”. Ecco un esempio della cronaca di Viola: “a due metri dalla porta, solo, quando sarebbe bastato lasciare andare avanti il pallone che ruzzolava tranquillo verso la rete, il centravanti aveva voluto calciare, e il pallone era finito in tribuna”. Viola commentò le immagini di quell’errore incredibile dicendo: “Calloni allontana la minaccia”.

Ma Beppe Viola non fu soltanto un giornalista sportivo: scrittore di grande versatilità e fantasia, tenne per anni su Linus una rubrica Vite vere. Era stato Oreste Del Buono, Grande Dissacratore, a volerlo a Linus. La rubrica di Viola fece proseliti, e venne sostenuta in seguito anche da Fulvia Serra, che aveva preso la direzione del giornale dopo l’abbandono di Del Buono.  Oreste Del Buono di Beppe Viola ricorda le interminabili serata al Capolinea, locale milanese di musica jazz.

Amante di Milano, così Beppe Viola descriveva una strada cittadina a lui cara: “Via Lomellina, in arte via Lomella, era considerata subito dopo la guerra era considerata subito dopo la guerra una zona poco raccomandabile della raccomandatissima città di Milano, città che io amo perché mi ha fatto conoscere il mondo fin da bambino, ma soprattutto perché trovasi a 600 chilometri circa da Roma, posto troppo importante per essere vero. Via Lomellina dunque, dicevano ci fosse un po’ di teppa, e la voce, a quei tempi, fece il giro del mondo. L’hanno saputo anche i tedeschi e gli americani, i quali da quei puritani che sono hanno pensato bene di bombardarla un po’, con la scusa che vicino a Via Lomellina c’era la ferrovia e c’erano delle baracche. Le baracche erano vere, autentiche, non come quelle che servono agli svizzeri per pubblicizzare i formaggini e che chiamano chalet. Le baracche di via Lomellina facevano proprio miseria, tanto che un giorno Cesare Zavattini e Vittorio De Sica, sempre a caccia di cose barbonesche, dissero: “guarda che baracche ci sono qui, chissà al cinema come vengono bene”. Fecero Miracolo a Milano e il film girò il mondo fra grandi applausi. Chi ci rimase male fu il Comune di Milano: così, dopo i bombardamenti dei tedeschi e degli americani, il Comune di Milano rase al suolo questa povera via Lomellina, che poi in fondo nella sua miseria non era nemmeno tanto brutta, almeno fino a quando quelli che abitavano le baracche con la banale scusa che avevano freddo, un bel giorno, anzi una bella notte, tagliarono tutte le piante. Una mattina gli abitanti di Via Lomellina non trovarono più le loro piante e chiesero spiegazioni, ma senza tirare in ballo l’ecologia o Italia Nostra, perché di quei tempi la parola ecologia non era stata inventata, e l’Italia era più loro che nostra…  Adesso Via Lomellina è tutta cambiata, non ci sono più bombardamenti da un po’ di tempo in qua e allora la gente ha potuto mettersi su un po’ in grazia di Dio, tanto è vero che ci sono perfino i supermercati, i parrucchieri per uomo e signora (le scuole no, quelle non ci sono ancora), boutiques come se piovesse. Al posto del carbonaio di una volta c’è la boutique con la moquette, il suo telefono con il quale si può telefonare in tutta Milano, il mobile bar in modo che quando uno può comprare una camicia si può avere il wisky gratis, nel senso che la camicia che costa diecimila gliela fanno pagare quindici. Insomma è diventata una via di signori, tanto che se uno almeno una volta al mese non va in giro con la carta della boutique, fa la figura del “barba”.  L’importante, oggi in Via Lomellina, è avere questa benedetta carta della boutique, non importa se poi ci avvolgi un etto di Bologna, leggi mortadella.  Qualcosa di vecchio è comunque rimasto. Roba di trent’anni fa, come una lattaia chiamata “radames discolpa” che continua a vendere latte in polvere, un vetraio quasi disoccupato, perché dopo la fine della guerra i vetri si rompono raramente;  un paio di osterie con i becchetti bianchi, rossi e verdi, i quali non hanno però nulla a che fare col resto d’Italia; 5-6000 bambini che non sanno dove andare a scuola e che sono sempre a casa mia. Un bar dove si gioca a ramino con un linguaggio particolare; un signore anziano che di mestiere va a vestire i morti e va in giro che sembra Lord Brummel…. Tutta gente che ha passato la vita da queste parti, che ha visto la guerra da vicino, e che se incontra De Sica o Zavattini gli fa una faccia così…”

Beppe Viola si è occupò anche di cinema (sceneggiatura e dialoghi di alcuni film), pubblicità, canzoni, e cabaret, insieme ad Enzo Jannacci e al gruppo di amici del Derby Club di Milano.

Assiduo frequentatore del Bar Gattullo di proprietà di Domenico Gattullo, ristoratore pugliese immigrato a Milano, Gattullo è l’unico biografo riconosciuto di Beppe Viola,  e di quella generazione di scapestrati, dediti ad una sorta di post-scapigliatura, cui la cultura semiufficiale milanese deve moltissimo. Il suo bar-pasticceria-panificio di Porta Ludovica è stato il vero tempio dei comici degli anni ’60 e ’70, insomma ha segnato un’epoca, per usare parole un po’ scontate ma efficaci.  Il bar Gattullo ha segnato un’epoca insieme al Derby, e a pochissimi altri luoghi di perdizione di quegli anni: l’Ortica, il Giambellino, lo stadio, l’ippodromo e qualche bar del Ticinese.  Viola non era solo, c’erano Enzo Jannacci, Cochi Ponzoni, Renato Pozzetto, Paolo Villaggio, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Lino Toffolo, gente che “l’ufficio facce”, grande invenzione di Viola e di Jannacci, imponeva nel gruppo di quelli che “l’importante è esagerare”.

Il capolavoro cinematografico di Beppe Viola è stato Romanzo popolare di Mario Monicelli, di cui Beppe Viola fu sceneggiatore, dialoghista, e si ritagliò, alla Hitchcock, una piccola parte, una “comparsata”, nel ruolo di una maschera reazionaria e volgare di un cinemino di periferia. La sceneggiatura originale in un primo tempo era stata concepita per essere ambientata a Roma, ma presto, visto che il protagonista era un sindacalista di fabbrica (Ugo Tognazzi) decisero di adattare il tutto ad una città del nord, Milano. Viola e Jannacci vennero chiamati a riscriverne i dialoghi.

Sempre con Jannacci Beppe Viola scrisse i testi di alcune canzoni, molte di esse non sono firmate, le più note rimangono Quelli che… Vincenzina e la fabbrica. Per Jannacci Beppe Viola, amico dell’infanzia, dai tempi dei via Lomellina e dei campetti di calcio dell’Ortica, fu fratello maggiore e minore. Fu figlio e padre, e la cosa fu reciproca.

Beppe Viola fu un uomo dalla vita agitata e dalle antenne sensibilissime. E’ chiaro che il lavoro di telecronista gli stava stretto. Eppure anche li Viola seppe essere un po’ diverso, tanto che la sua strada in Rai non fu, per così dire, facilissima.  Tifoso milanista, non amato da quei tifosi che non sapevano distinguere fra una battuta ironica, auto-ironica, e una proclamazione di fede, Viola si mosse nel paludato mondo dello sport con grande senso dello humour e dello spettacolo, conquistandosi invece l’ammirazione, a volte l’adorazione, di un ancora troppo sparuto gruppo di sportivi che avevano voglia, pur da tifosi, di ridimensionare gli isterismi del calcio. Beppe Viola era avanti di dieci anni, forse più, rispetto ai suoi colleghi, solo oggi ce ne rendiamo conto, a vent’anni dalla sua scomparsa.  Ma l’attualità di Viola non si limita a questo. Viola fu anche e soprattutto un grande osservatore della vita, della città, il suo umorismo sottile, metropolitano, provocatorio e tenero, ci offre degli spaccati ancora attualissimi della realtà che ci circonda, fatta di sport, ma anche di amore, di amici un po’ sballati, di angoli di osteria, di voci, di flash, di pensieri improvvisi, e, perché no, di senso critico e politico. Anche in questo Beppe Viola, uomo senza tessere di comodo che inseguiva aquiloni e grandi utopie era avanti di secoli. Forse oggi, rileggendolo, potremo capire maggiormente i reali meccanismi che lo portarono a vivere le sue brevi stagioni in modo così intenso e a volte eccessivo.

Nel 1982 Beppe Viola fondò a Milano l’agenzia giornalistica Magazine. Beppe Viola morì sul lavoro, una gelida domenica di ottobre, proprio mentre stava lavorando alla moviola per preparare il servizio su Inter-Napoli.  Gianni Brera, in uno storico coccodrillo, apparso su La Repubblica il mattino del 19 ottobre 1982 scrisse di lui: “è morto Giuseppe – Bepinoeu – Viola. Aveva 43 anni… Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli… Povero vecchio Bepinoeu!  Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato in una corsa. Tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva uno humour naturale e beffardo, un’innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per avere chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo.  Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io che soprattutto questo lo amavo, ora provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore…”

Le telescriventi trasmisero la notizia: improvvisamente si era spento Beppe Viola. Una sorpresa ed un’emozione intense si diffusero nelle redazioni, da quelle dei giornali a quelle della radio, e dalle televisioni, che lo avevano visto protagonisti durante 21 anni di grande giornalismo. L’eco dell’accaduto rimbalzò velocemente dalle redazioni agli ambienti sportivi, e non solo calcistici. Ma non si spense li, raggiunse anche i teatri, il cabaret, il mondo dello spettacolo, perché Beppe Viola era si un giornalista, era si un cronista dello sport, e del calcio in particolare, ma era anche uno scrittore, autore di testi teatrali, di sceneggiature e di canzoni. Era un uomo dai tanti interessi che aveva fatto ricca la sua breve vita: musica, cabaret, cinema, impegno sociale e sport, al quale sapeva avvicinarsi in modo insolito, ironico e talvolta dissacrante, con il distacco e lo humour necessari per non cadere nella drammatizzazione che affligge il mondo dello sport, e il calcio soprattutto, restio, come egli era, ad ogni seduzione di enfasi o di retorica.

Il 7 dicembre 1982 l’allora sindaco di Milano Carlo Tognoli conferì alla memoria di Beppe Viola la benemerenza civica. Dopo la sua prematura scomparsa la direzione della sede regionale Rai, l’azienda di Promozione Turistica, ed il Comune di Arco, vollero dedicargli nel Trentino un premio riservato al giornalismo sportivo della carta stampata e della radio-televisione, che rinnovasse il ricordo della sua duttile, estrosa personalità, che lo riproponesse annualmente nel suo modo particolare di guardare, come giornalista, all’avvenimento sportivo. Si volle anche legare detto premio al Torneo Internazionale Giovanile di Calcio, disputato da atleti giovanissimi, in età ancora ricca di ideali e di speranze vergini, in sintonia con lo spirito con il quale Beppe Viola si avvicinava allo sport. Beppe Viola con la sua ironia ha anticipato parecchie trasmissioni attuali, in primis Quelli che il calcio… Quell’ironia –  disse Sergio Zavoli nel premiare Fabio Fazio nel 1995 – è una torta che il buon Dio ha distribuito con molta parsimonia:  una fetta la diede a Beppe, un’altra l’ha data a Fabio Fazio. Con quel suo personale modo di raccontare il fatto agonistico, Beppe Viola tendeva ad annullare la carica di violenza che lo inquina, e ad isolarne le relative manifestazioni, cercando di ricondurre lo sport ai suoi veri valori, che nel fanatismo e nella violenza vengono spesso dimenticati.  Così si esprime su Beppe Viola Aldo Grasso nella sua enciclopedia della televisione: “tutte le trasmissioni televisive che si occupano di sport, o almeno le più riuscite, fanno esplicito riferimento al modello da lui sperimentato: Mai dire goal della Gialappa’s Band (quasi una filiazione diretta), Quelli che il calcio… (esplicito fin dal titolo), l’edizione del Processo del lunedì condotta da Gene Gnocchi, per non parlare di Pressing di Raimondo Vianello. Sembra diventato impossibile parlare di calcio senza muovere al riso lo spettatore. Se in molti si sono buttati sulle tracce di Beppe Viola significa che di calcio in televisione si può parlare solo in un certo modo”.

Di Beppe Viola sono stati pubblicati i seguenti volumi: Cochi e Renato (Rino Fabbri, 1976), L’incomputer (con Enzo Jannacci, Bompiani, 1974), Vite nere compreso la mia (Milano Libri, 1981).  Nel 1992, in occasione del decennale della sua scomparsa la Baldini & Castoldi ha fatto uscire Quelli che… racconti di un grande umorista da non dimenticare.

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