Bruno Lauzi

Bruno Lauzi

L’OSCURATO DALLA RAI FU PIONIERE A TELEBIELLA

di Massimo Emanuelli

L’Opione delle Libertà 24/3/2003

 

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Bruno Lauzi venne per un certo periodo venne “oscurato” dalla Rai a causa dei testi di alcune sue canzoni, ritenute “scabrose”, si esibì allora a Telebiella, la prima emittente televisiva privata italiana, fondata da Peppo Sacchi, dove fu spesso ospite. Nel 1978 presentò su TeleMilano58 il programma musicale EDIZIONE STRAORDINARIA nel quale intervistava alcuni suoi colleghi cantautori. Lauzi si riappacificò con la Rai componendo un’innocua canzone per bambini che ebbe un grandissimo successo, La tartaruga, nel 2004 ha scritto e cantato Ne abbiamo fatta di strada, sigla di 50 Storia della televisione italiana, programma rievocativo condotto da Pippo Baudo. 


Bruno Lauzi nasce a L’Asmara, Eritrea, l’8 agosto 1937, ligure di adozione, è fra i cantanti della “scuola genovese” dei primi anni ’60. Nel 1953 inizia a suonare il banjo nel complesso, la Jelly Roll Morton Boys Jazz Band, del quale cantante è Luigi Tenco. A differenza di Umberto Bindi e di Gino Paoli, Bruno Lauzi negli anni ’60 non conquista mai una vasta popolarità pur avendo una voce gradevole e pezzi validi. Colto, curioso e appassionato di poesia (Lorca, Pasternack, Pound, Neruda, Borges), ma anche di arti “minori” (colleziona fumetti e  illustrazioni d’epoca), nel 1964 esce il suo primo successo, Ritornerai, nel 1965 partecipa senza fortuna al Festival di Sanremo con con Il tuo amore, brano che ottiene però il premio della critica discografica, nello stesso anno vince il Festival delle Rose con Ti ruberò. Il primo Lauzi è poetico e cabarettista allo stesso tempo, non a caso il suo primo album, uscito nel 1965 si intitola Bruno Lauzi al cabaret che contiene fra pezzi come Margherita, Il poeta (considerata il manifesto musicale della scuola genovese), ‘O frigideiro (parodia del samba in dialetto genovese), sono apprezzati da una nicchia di pubblico. Nel 1967 è in tour per tre mesi con Mina in America Latina, esce il 33 giri Ti ruberò, cui seguono I miei giorni (1967), Cara (1968), Kabaret 2 (1969), Bruno Lauzi (1970). Nel 1969 vince il Premio Nazionale del paroliere, e nel 1970 quello di Venezia, per le traduzione di Le meteque interpretata da Georges Muoustaki e Que je t’aime interpretata da Jonny Halliday. Nel 1970 lascia la Ariston e si affida alla Numero Uno di Battisti, scrive con Roberto Carlos il brano L’appuntamento portata al successo da Ornella Vanoni, e porta al successo Mary oh Mary di Battisti-Mogol che per la prima volta lo porta in classifica. Nel 1971 porta al successo Amore caro amore bello sempre di Mogol e Battisti, ed ottiene il più grosso successo della sua carriera. Negli anni ‘70 scrive per Enzo Jannacci (Ragazzo padre), per Mino Reitano (Cento colpi alla tua porta), Piero Focaccia (Permette signora ) e Mia Martini (Piccolo uomo). Nel 1973 presenta L’Aquila, sempre di Battisti-Mogol. Gli album della prima metà degli anni ’70 si intitolano: Amore caro amore be llo (1971), Il teatro di Bruno Lauzi (1972), Simon (album con canzoni di Paul Simon del 1973), Lauzi oggi (1974), Genova per noi (1975). Alcune sue canzoni sono però ritenute “scabrose” dalla commissione censura della Rai, Lauzi le presenta quindi a Telebiella,, e interverrà spesso alle trasmissioni dell’emittente di Peppo Sacchi.
Il 1975 è un anno prolifico: incide l’album Quella gente la, spopola in Rai, ma con un’innocua canzone per bambini La tartaruga sigla televisiva di Canzonissima, e con l’album Jonny bassotto, virgola, la tartaruga e altre storie. Lauzi intuisce le potenzialità di Paolo Conte e propone le sue Genova per noi e Onda su onda. Nel 1976 ha successo con Un uomo che ti ama di Mogol-Battisti, pubblica l’album Persone (1977), cui seguono: Alla grande (1978), Amici miei (q disc, 1981), Palla al centro (1983), Piccolo grande uomo (1985), Back to jazz (1985), Ora! (1987), La musica del mondo (1988), Inventario latino (1989). Nel 1989 scrive con Maurizio Fabrizio la splendida Almeno tu nell’universo, lanciata da Mia Martini. All’inizio degli anni ’90 pubblica l’album Palla al centro, cui seguono: Il dorso della balena (1992), Dieci belle canzoni d’amore (1994), Una vita in musica (1995), Omaggio alla città di Genova (2001), Napoli@World Song (2001), Omaggio a Piemonte (2002). Lauzi (che ha anche pubblicato due libri di poesie, I mari interni e Riapprodi) negli ultimi anni continua ad esibirsi in concerti per “nostalgici”, la sua canzone Certe cose si fanno viene giudicata la miglior canzone dell’album di Mina Veleno, Franco Battiato nell’album Fleurs 3 ha riproposto due vecchie canzoni di Lauzi: Ritornerai e Se tu sapessi. Nel 2003 è testimonial di una campagna contro il morbo di Parkinson, ritorna in televisione su Rete4 ne I ragazzi irresistibili, sempre nel 2003 interpreta Ne abbiamo fatta di strada, sigla di 50 Storia della televisione italiana, programma rievocativo condotto da Pippo Baudo. Sempre nel 2003 esce Fra cielo e mare: la Liguria dei poeti, un omaggio alla cultura genovese e ligure che oltre a riproporre alcuni dei più importannti brani della scuola della canzone d’autore genovese ricalcando uno stile a lui ormai caro, alterna alle musiche poesie di poeti liguri recitate da importanti personaggi della vita pubblica genovese e dai poeti stessi. Ancora del 2003 è l’album Nostaljazz. Lauzi è un grande artista, ma non è mai stato riconosciuto dalla critica, perché non esponente di sinistra, probabilmente il non essere comunista costituisce per la critica (nella quasi totalità comunista) un non merito artistico, e pertanto Lauzi non è stato mai troppo preso in considerazione. Lauzi “reo”, a suo tempo, di avere accusato il cantautorato italiano di un eccessivo appiattimento su posizioni filocomuniste.

http://www.youtube.com/watch?v=tOHOTV7Emrg

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E’ MORTO BRUNO LAUZI, CANTAUTORE LIBERALE

di Massimo Emanuelli

L’Opione delle Libertà 25/10/2016

 

Il collega e maestro (maestro per tutti noi che facciamo critica musicale) Mario Luzzatto Fegiz ci consenta la presa in prestito del titolo che in poche parole riassume l’uomo Lauzi.   Bruno è sempre stato un liberale, anche quando questa definizione era considerata un insulto, quando per essere qualcuno in campo artistico (e non solo) si doveva per forza essere di sinistra. Ancora oggi quasi tutti i cantanti sono di sinistra, anche se hanno conti bancari miliardari, anche se predicano bene e razzolano male, se continuano a parlare di solidarietà ma poi, quando è il momento di farla, si tirano indietro. Non mi sembra il momento di polemizzare con un noto cantautore, appartenente, come scriveva Francesco Guccini, alla “eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni” che anni fa si rifiutò di aderire ad un’iniziativa benefica da me organizzata nell’aula magna di una scuola milanese, ma voglio soltanto ricordare che Bruno Lauzi, a differenza di questo suo collega di sinistra, era sempre attivo in serate benefiche, soprattutto a favore degli ammalati di distrofia muscolare e del morbo di Parkinson, male che lo aveva colpito. Circa un anno fa Lauzi aveva inviato a me ed altri e ad altri giornalisti (alcuni dei quali hanno poi dato vita a http://www.storiaraditov.it ) un bollettino per la raccolta di fondi per la ricerca contro questa malattia e nel corso di una conferenza stampa aveva invitato noi giornalisti a sensibilizzare l’opinione pubblica su un’iniziativa per la ricerca della quale Bruno era fra i promotori. Lauzi era fatto così, i ricordi personali sono molti, ma in questo momento ne ho fissi nella memoria tre, i più recenti. Il Lauzi che si esibì l’antivigilia del Natale del 2001 per gli anziani della zona 7 di Milano in uno spettacolo che mi ha visto fra gli organizzatori, era un Lauzi già ammalato, ma che non aveva perso la sua ironia ed autoironia. Nell’estate 2005 Bruno mi parlò del suo esilio dalla Rai negli anni ’70 e la sua scelta di cantare a TeleBiella, episodio che poi mi è stato confermato da Peppo Sacchi nel corso di un’intervista telefonica. Lauzi parlò a ruota libera, finimmo col discutere sui vari epurati o confinati in ruoli secondari in Rai.  Parlammo di Umberto Bindi, di Fabrizio De Andrè, di Enzo Tortora, genovesi come lui; un “diverso”, un anarchico e due liberali (Lauzi e Tortora), banditi dalla Rai democristiana, prima, e catto-coimunista, poi.  “Non c’era spazio allora – dissi – per chi era liberale e socialista allora, e pensare .- aggiunsi – che oggi tutti si definiscono liberali e socialisti, anche quelli che non lo sono mai stati”.  Bruno sorrise, anche se poi si scurì in volto e mi disse: “tu sei giovane, stai attento, quelli sono vendicativi, sai.” Non so se alludesse a destra o a sinistra, non mi posi il problema, anche se pochi mesi dopo riscontrai sulla mia pelle, ancora una volta come l’attuale sinistra sedicente socialista sia proprio illiberale. E pensare che oggi ricordano Lauzi persino L’Unità e Fausto Bertinotti… Non so cosa pensasse Lauzi dell’attuale destra, non abbiamo approfondito l’argomento, ma credo che, da vero liberale, avesse ben poco o nulla a che spartire anche con loro. Lauzi odiava i cantautori politici impegnati con i quali era spesso in polemica,  L’ultima volta che ho incontrato Lauzi era, se non ricordo male, all’inizio della primavera 2006, io uscivo dalle Messaggerie Musicali, Bruno passeggiava in galleria, lo salutai dicendogli: “caro maestro”, e lui rispose, sorridendo: “guarda che io mi sono sempre chiamato Lauzi, non ho mai cambiato cognome, non mi sono mai chiamato maestro”.  Ironico e pungente fino all’ultimo mi parlò del suo sito www.brunolauzi.com, si interessò al nostro e se ne uscì con una delle sue battute pungenti e veritiere: “la tv? Sono andato a PASSAPAROLA, ma non ho potuto menzionare il mio nuovo disco”.

Ed ecco alcuni ricordi radiofonici e televisivi del grande cantautore scomparso. Lauzi aveva partecipato ad un’edizione del Cantagiro, qui aveva conosciuto Peppo Sacchi, che era il regista di tale trasmissione, allorquando partì TeleBiella Lauzi incontro Sacchi e gli disse: “voglio fare qualcosa con te, ho in testa una trasmissione. Gli diedi carta bianca e nacque Le canzoni che non si cantano in televisione, sei puntate, con grandissimo successo. Lauzi fu il primo a porsi contro la Rai. “Anche Lauzi – uomo che dice pure lui pane al pane e vino al vino – dichiarò: “In Rai mi dicono che io faccio tv cretina, ma qui a Telebiella posso cantare ciò che voglio.”

Alberto Pugnetti, uno dei fondatori della storica emittente radiofonica Radio Canale 96 di Milano, nel corso di un’intervista mi ha ricordato che a Canale96, prima emittente che aveva deciso di organizzare concerti per autofinanziarisi, un giorno arrivo una telefonata di Lauzi: “:io sono liberale, non sono di sinistra, ma vi voglio comunque di aiutare, essendo per la libertà, vi darò dei soldi a patto che mi ospitiate in radio”.  Lauzi venne a Canale96, facemmo una chiacchierata in diretta con gli ascoltatori, Bruno raccontò alcune storie inedite su Luigi Tenco”.

E, ancora, ecco Bruno Lauzi negli anni ’80 alla presentazione di una stagione televisiva dell’emittente romana Gbr, e, poi, opite di un talk-show politico in occasione delle elezioni amministrative romane, Lauzi dichiara la propria fede liberale.

E la Rai? Dopo aver cercato di riscattarsi con lui affidandogli la sigla di un’edizione di Canzonissima, LA TARTARUGA, che fu un grande successo soprattutto fra i bambini, ancora ostracismo. Interprete e autore della bellissima sigla di 50 (NE ABBIAMO FATTO DI STRADA CON LA TV) programma di Pippo Baudo andato in onda fra il 2003 e il 2004 in occasione dei 50 anni della storia della tv pubblica italiana, alcuni funzionari gli chiesero esplicitamente di non comparire in video perché “non presentabile a causa del tremore dovuto al Morbo di Parkinson”, ma nonostante ciò Lauzi era stato invitato dallo stesso Baudo, conduttore del programma, che non condivideva tale sorta di censura.

Voglio infine ricordare il Lauzi emblema della genovesità, ne avevo recentemente parlato con Franca Brignola di TeleGenova, con Eugenio Montale, Gilberto Govi, Vito Elio Pietrucci, Umberto Bindi, Fabrizio De Andrè, Paolo Villaggio, e pochi altri.

Chissà quanti suoi detrattori (nel mondo della canzone e non solo) parleranno ora di Lauzi, come scriveva Giuseppe Prezzolini: “gli uomini sono buoni con i morti, così come sono cattivi con i vivi”. Lauzi era stato infatti messo al bando non solo dalla Rai ma da molti dei suoi colleghi. Ma a me piace ricordare, come avevo fatto in tempi non sospetti, anche il Lauzi genovese, basti pensare a GENOVA PER NOI, emblema della genovesità, una delle sue canzoni più note, ma anche ai brani cantati in dialetto MA SE GHE PENSU e O FRIGIDEIRO, fino al recente cd Una vita in musica. Omaggio alla città di Genova. Così lo hanno ricordato dall’emittente genovese PrimoCanale:

“Se ne è andato in punta di piedi, come aveva vissuto gran parte della sua vita e soprattutto gli ultimi anni, quando venne colpito dal morbo di Parkinson. Bruno Lauzi è morto ieri pomeriggio a 69 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Peschiera Borromeo ma la notizia è stata data dai familiari soltanto questa mattina.  Era nato ad Asmara, in Etiopia, nel 1937 ma è unanimamente riconosciuto come uno dei fondatori di quella scuola genovese che con Luigi Tenco, Gino Paoli, Fabrizio De André, ha cambiato la storia della canzone italiana. Un poeta prestato alla musica partito dal jazz, insieme al suo amico Tenco, che poi giocando con il dialetto genovese aveva scoperto la musica brasiliana della quale è stato un fondamentale strumento di conoscenza per il nostro paese grazie anche alla sua amicizia con Vinicius De Moraes. I suoi più grandi successi sono raccolti tra gli anni ’70 e gli ’80, quando dopo una carriera di autore d’elite, per la prima volta accettò di misurarsi con la musica leggera tout court: ha scritto “Piccolo uomo” per Mia Martini e poi è arrivato al primo posto della classifica con “Amore caro amore bello” firmato dalla coppia Mogol-Battisti. In classifica è arrivato anche con “Onda su onda”, uno dei suoi pezzi più celebri e con “Genova per noi” il classico di Paolo Conte.  Nella sua carriera ci sono anche tournee in Sudamerica con Mina, che ha inciso una memorabile versione de “Il poeta” e pezzi come “La sindrome astigiana” scritta per Paolo Conte, “Fai fai” dedicata al suo maestro De Moraes e “Il leone e la gallina” di Mogol e Battisti. Negli ultimi anni, escludendo la fase finale della malattia, Lauzi era rimasto un po’ discosto dalla scena più importante perché allergico ai meccanismi del mercato e troppo legato a un gusto di fare musica che non appartiene all’epoca dei computer”.

Lo sciopero dei giornalisti non ha fatto passare comunque in silenzio la notizia della morte di Lauzi, nei prossimi aggiornamenti Massimo Emanuelli proporrà un ricordo di Bruno Lauzi da parte di Franca Brignola (TeleGenova), e Claudio Giannattasio (nostro inviato in Liguria) ci proporrà un servizio su Lauzi e le emittenti genovesi.

Per uno strano scherzo del destino Bruno se ne è andato pochi giorni prima del Premio Tenco che sarebbe stato a lui assegnato. Ciao Bruno, ci mancherai.

 

LA SCOMPARSA DI LAUZI, AUTORE DI CANZONI MEMORABILI

PICCOLO GRANDE BRUNO

di Gigi Vesigna


La sua statura fisica era bassa, quella artistica e umana altissima. Innamorato del jazz, scrisse molti capolavori. E combatté con tenacia per la vita dei malati come lui.

«Dimmi almeno il nome di tre funghi…». Io cominciavo con ovulo, porcino… e poi mi arenavo. «Ho capito che di funghi non ne sai niente, parliamo di musica». La gag con Bruno Lauzi, appassionato di funghi, si ripeteva ogni volta che lo incontravo, ma io mi guardavo bene dall’imparare altri nomi, perché allora di musica non si sarebbe parlato più.   Caro Bruno, il più anomalo dei cantautori, l’unico davvero intonato (una volta lo scrissi e lui mi telefonò fingendosi indignato: «E adesso che cosa diranno Gino e Umberto?» (Paoli e Bindi). La statura non era il suo forte e diceva sempre che le sue due mani messe insieme non ne facevano una di Morandi, ma artisticamente e umanamente era un grande. Non scorbutico come De André, non umorale come Paoli, non introverso come Tenco.

«Già», osservò una volta, «tutti voi che scrivete della scuola genovese, magari prima informatevi: io sono nato ad Asmara, Gino è di Monfalcone, Luigi è di Alessandria. Solo Bindi e De André sono nati a Genova: Umberto, che era del ’32, e Fabrizio del ’40, erano i nostri antipodi e in mezzo c’eravamo noi, Gino del ’34, Luigi del ’38 e io del ’37».

Già, la cosiddetta “scuola” della città della Lanterna, che da Genova prese il via e diede uno scossone alla musica di quei tempi, dominata da melodie spesso sdolcinate, che non lasciavano traccia. La verità è che quei “ragazzi del Trenta” amavano tutti il jazz. Lauzi, che s’era trasferito a Genova perché il padre imprenditore in Africa aveva preferito tornare a casa, prevedendo turbolenze politiche, frequentava il ginnasio “Andrea Doria” e il suo compagno di banco era Luigi Tenco: amavano entrambi i film musicali americani e il jazz.

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Bruno Lauzi in un’immagine recente (foto Ansa/La Presse).

La canzone del pendolare

«Non potendo produrre un film», raccontava Bruno, «nel ’53 formammo una band, la “Jelly Roll Morton Boys Jazz club” in onore del grande pianista». Poi avviene un momentaneo distacco. Bruno va con la famiglia a Varese e si guadagna la “paghetta” correggendo le bozze dei primi libri di Piero Chiara, quindi si iscrive alla facoltà di Legge alla Statale di Milano, che lascerà a due esami dalla laurea, per seguire il richiamo della musica. Bruno scopre la canzone francese, Brassens, Aznavour, Brel che traduce, ma imparando il francese da autodidatta, poiché nel frattempo s’è diplomato in inglese alla Scuola interpreti di Milano che raggiunge ogni giorno sul treno con i pendolari; a quei viaggi si ispira per il suo primo successo, La donna del sud. Poi arriva quello che è considerato il suo capolavoro, Il poeta. Memorabile. Chi non ricorda quei versi così veri, così ispirati: «Alla sera al caffè con gli amici si parlava di donne e motori, si diceva: son gioie e dolori. Lui piangeva e parlava di te»?

Si tiene lontano dalla politica scrivendo nel ’77: «Io canterò politico quando voi starete zitti e tutti i vostri slogan saranno ormai sconfitti». Molti colleghi schierati lo criticano, ma Edoardo Bennato e Roberto Vecchioni riconoscono di essere stati “inventati” dalla politica. Peccato che Roberto, incaricato di curare la sezione “canzone d’autore” per la Treccani, si sia visto “tagliare” proprio quanto aveva scritto su Lauzi.

Un giorno, nel ’73, Bruno mi dice: «Sai che il mio avvocato mi ha fatto sentire una canzone bellissima, voleva darla a Celentano ma l’ho convinto: io la incido e contemporaneamente lo fai anche tu». Così avviene: la canzone è Onda su onda e l’avvocato si chiama Paolo Conte, uno dei più grandi cantautori, che di Lauzi dice: «È stato il migliore ambasciatore della mia musica».

Testimonial contro il Parkinson

Intanto Bruno si innamora della musica sudamericana, conosce Toquinho, Vinicius de Moraes; scrive O frigideiro, che sembra portoghese ma invece è puro dialetto genovese. Lauzi è inesauribile ma si mantiene fuori dallo star system; eppure quando vado al suo matrimonio a Milano c’è una ressa di fotografi. Del resto, lui è quello di Ritornerai, dell’Appuntamento di Ornella Vanoni, di Piccolo uomo di Mia Martini, quello che al culmine del successo, nell’85, incide Back to jazz (Ritorno al jazz) e Paolo Conte va a suonare il vibrafono con lui.

Colpito dal morbo di Parkinson, diventa testimonial dell’Aip, l’Associazione italiana Parkinson, ma non rinuncia mai al suo senso dell’umorismo. Quello che gli ha permesso di far sorridere grandi e bambini con canzoni come Johnny Bassotto La tartaruga e di lasciarci il suo “non romanzo” (Bompiani, 2005), intitolato Il caso del pompelmo levigato, scritto vent’anni prima. Si tratta di un “trattato umoristico sul libero arbitrio e altre arbitrarietà”.  Leggendolo, ci scommetto, sorridono anche lassù, dove è arrivato trasportato dal vento. Altri avrebbero scelto l’auto, ma Bruno la patente non l’ha mai voluta prendere.

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